Una Lunga Storia Di Fede
20 secoli di S.Vito 10 lustri dei SS.Apostoli
La storia dell’evangelizzazione di questi territori del nord Italia è incerta e frammentaria per i primi secoli cristiani, solo a partire dagli ultimi secoli dell’alto medioevo documenti e reperti cominciano a darne testimonianza.
961
Il paese di Piossasco è ricordato in un elenco fatto compilare da Ottone I di tutte le corti Regie (ad Mensam Regis Romanorum) e quarantacinque anni dopo, nel 1006, Gezone vescovo di Torino affida all’abbazia di S. Solutore la corte di Sangano in cui si ricorda “….omnibus ecclesie ad ipsam plem pertinentibus…..de Plociasca”.
Dunque la cura religiosa della popolazione era già garantita. Quanto detto viene riaffermato nel 1011 da Landolfo vescovo di Torino.
Lasciata probabilmente agli ordini monastici presenti nei territori circonvicini la cura religiosa si manifesta in chiese e cappelle che ne segnano il territorio
1064
La contessa Adelaide Manfredi dona la chiesa di S.Giorgio all’abbazia di S. Maria di Pinerolo, chiesa e cenobio già presenti prima del Mille. Nel 1122 Papa Callisto II ribadisce alla stessa Abbazia la proprietà della chiesa.
Sono i monaci benedettini in origine a tenerla. Nel 1139 Papa Innocenzo II riconferma i benefici dal suo predecessore. Per diverso tempo Piossasco è amministrato religiosamente dagli ordini regolari.
1159
Federico Barbarossa conferma i beni posseduti al vescovo di Torino Piossasco è escluso dalla sua sfera d’influenza e curato dai monaci di S.Pietro di Rivalta che con i signori di Piossasco si dividono anche patrimonialmente il territorio.
La chiesa di S.Vito compare nei documenti a partire dal XIII secolo e officiata dai monaci rivaltesi.
La serie di documenti qui elencati testimoniano la sua esistenza:
1222- Domenica Sella di Rivalta concede a Pereto Vito”….priori ecclesie S.Viti de Plozasco ..” Un diritto di erbatico
1226- Federico di Piossasco e i suoi fratelli concedono salvaguardia alla certosa di Monte Benedetto”…. Actum in domo sancti Viti de Plozasco…”.
1267-68 Diffida del Papa Clemente IV contro eredi di Tommaso II di Savoia per la restituzione dei castelli di Rivoli, Castelvecchio, Cavour, al vescovo di Torino letta”….in ecclesia sancti Viti de Plocasco….”.
La chiesa di S.Vito è tenuta da benedettini e poi da cistercensi. I primi sette parroci sono monaci. A loro è attribuito il titolo di Priore
1452
E’ un momento significativo per la chiesa di S.Vito, questa rientra a pieno titolo nelle dipendenze del vescovo di Torino e cessa di essere officiata dai monaci.
L’avvenimento che sancisce questa transizione è la realizzazione al suo interno del battistero nel 1461.
Dal medioevo, scendendo e inoltrandosi nei secoli moderni, il riferimento religioso dei piossaschesi rimase questa chiesa collocata nella parte più elevata del paese a ridosso dei castelli non senza una influenza dei signori locali garantita dalle leggi di Antico Regime.
Con la seconda metà del Seicento e poi tutto il Settecento il crescere demografico nel territorio pianeggiante del luogo portò a sostanziale marginalizzazione del borgo di Piazza e della chiesa parrocchiale di S.Vito.
A fine Settecento non senza tensioni sociali nel clima indotto dalla Rivoluzione Francese e occupazione napoleonica del Piemonte una seconda parrocchia, quella di S.Francesco sorse alla Borgata accogliendo le istanze della parte di sud-est del paese
L’esigenza di scendere a valle per venire incontro alla comodità dei fedeli animò per decenni le intenzioni di molti parroci di S.Vito.
Al Marchile la cappella seicentesca dedicata all’Immacolata Concezione per molto tempo rappresentò una specie di succursale della chiesa matrice.
Interessante la sua storia.
Costruita in un crocevia di strade, modificatosi nel tempo conservò sempre nella sua evoluzione la caratteristica di luogo di sosta e transito.
Sorta di fronte a un antico pilone votivo detto di S.Anchiodo ( dei chiodi della croce) detto anche dei Martinatti usato come posa dei morti per i capi di casa, la chiesa riceveva originariamente dalla Via Grande al Marchile, la via Tupinaria uscente dalla grande porta del borgo di Piazza (oggi via S.Domenico) e indirizzava i viandanti in un incrocio pluridirezionale verso la via del Pellerino, della Borgata, di Paperia e successivamente dopo un intervento di razionalizzazione anche verso Pinerolo.
Ci sono certamente dei segni o se si vuole delle coincidenze sul luogo in cui sorgerà la nuova chiesa dei SS.Apostoli.
Il terreno della costruzione si incuneava nel tratto iniziale di via del Pellerino.
Antistante il prato prescelto molti ricorderanno ancora la sosta un po’ naif dei nomadi e sulla facciata ad angolo delle case prospicenti la grande croce dell’odierno giardino, una scritta sbiadita dal tempo ma ancora decifrabile negli anni settanta che ricordava il venntennio e la dittatura.
L’idea del viaggio del cammino della temporaneità ci riporta certamente al messaggio cristiano.
Il sogno di costruire al Marchile una chiesa più ampia, adatta alle mutate esigenze della popolazione, fu a lungo inseguito da molti parroci di S.Vito, che più volte la ristrutturarono, in particolare il canonico Giuseppe Fornelli a partire dagli anni Trenta del Novecento.
Problematiche, resistenze di diverso genere impedirono per decenni la sua realizzazione; dagli anni Sessanta in poi la sua età avanzata nel momento in cui sarebbe stato opportuno e possibile bloccarono il progetto. Lasciò al suo successore Don Paolo Rosso l’onere e l’onore della sua realizzazione.
1972-1973
Chi ha vissuto il tempo in cui è sorta la nuova parrocchia dei SS.Apostoli sembra ieri… E invece è trascorso mezzo secolo dai sogni, travagli, aspirazioni fino alla sua realizzazione.
La costruzione di una nuova chiesa capiente che potesse sostituire nella cura religiosa l’antica parrocchiale di S.Vito era negli anni Settanta del Novecento improrogabile.
Che tempi erano quelli degli anni settanta?
Il paese era soggetto a un forte cambiamento, l’emigrazione un fenomeno in evoluzione.
La Fiat pur non presente sul territorio comunale aveva individuato in Piossasco un centro, per parcheggiare parte della sua manodopera.
Singole persone, generalmente giovani, poi intere famiglie provenienti da molte parti d’Italia trovarono qui un approdo anche se il luogo era impreparato a un evento di tale portata.
I mutamenti sociali coinvolgevano anche dall’interno la Chiesa.
Il vento del Vaticano II portava i primi refoli di novità in essa spingendola fuori dai conosciuti ambiti verso le persone.
I giovani del boom generazionale del secondo dopoguerra erano i più recettivi a queste novità.
In questo clima di epocali fermenti, mutamenti e emergenze un prete con tante idee, pochi soldi e un grande carisma nel raccordare, coinvolgere, includere tutti: vecchi e nuovi piossaschesi, si lanciò in questa impresa mettendoci anche del suo.
Cardinale Michele Pellegrino
La diocesi di Torino guidata in quegli anni da una figura esemplare come il
Cardinale Michele Pellegrino impose regole generali improntate alla semplicità delle forme anche negli aspetti architettonici dei nuovi edifici di culto futuribili ma soprattutto chiese ai fedeli di farsi carico delle esigenze finanziarie della costruzione di questi.
La realizzazione dei SS.Apostoli fu una vera scommessa per le risorse finanziarie risicate.
Il concorso e la solidarietà di molti parrocchiani, il cui nome è conservato in una pergamena murata alla destra del tabernacolo, permisero di superarle.
Il progetto affidato a tre architetti famosi: Roberto Gabetti, Aimaro Isola, Luciano Re, da tempo impegnati in modo concettualistico nel rivedere la prospettiva dei nuovi edifici di culto, che trovavano nel periodo la loro edificazione.
Il boom, l’industrializzazione del torinese, le periferie, la crescita demografica esigevano di portare i luoghi di culto dove il tessuto urbano si espandeva, nella città e nelle periferie.
Questi nei loro lavori di progettazione non inseguivano più l’aspetto mistico ma volevano sottolineare l’aspetto assembleare, comunitario e richiamare all’essenzialità, tanto da far definire dai critici questa tendenza Francescanesimo tecnologico.
La combinazione di materiali poveri quali ferro, cemento e prefabbricati impiegati nella costruzione dei SS.Apostoli confermano i concetti filosofici diocesani, architettonici.
L’elemento più innovativo usato nella sua edificazione è certamente il vetro. Le pareti perimetrali furono realizzate con moduli di vetro.
Questi diedero e danno tutt’oggi un senso del prevalere della luce sugli altri arredi, di pari passo offrono un’idea di precaria cristiana fragilità.
1975
Il battesimo del fuoco. A pochi anni dalla sua solenne inaugurazione non mancò neanche questo.
Non è un modo di dire.
Trascorsi due anni appena dalla sua consacrazione, un colossale incendio sprigionatosi dalla sacrestia inonda di nera caligine un po’ tutto lo spazio sacro.
Quanto successo in un giorno con il concorso di tinteggiatori, lavandai di moquette, elettricisti permise a tempo di record di ripristinare ogni cosa.
La stagione della sua costruzione rappresenta se non un momento unico certamente qualcosa di raro che è coinciso con il moltiplicarsi di esperienze d’incontro, di sollecitazioni della società esterna a volte anche contrastanti ma certamente arricchenti.
Nei sui spazi annessi passano dal 7 ottobre 1973 pletore di giovani che ne fanno un punto di convergenza non solo spirituale.
Sorgono spazi sportivi, ricreativi e rampa di lancio per esperienze esterne: dai campi estivi nelle molte case alpine avvicendatesi, all’incontro con la spiritualità di diversi movimenti ecclesiali.
I primi 5 lustri festeggiati nel 1998
Concludono il periodo pionieristico; a Don Paolo Rosso succede Don Renato Re. I SS.Apostoli affrontano nuove sfide.
Anche la società esterna sta mutando, molte cose sono ripensate e le sperimentazioni devono trovare un loro assestamento.
A volte la storia ha un percorso lineare altre ciclico.
Dopo due secoli e una manciata di anni dalla divisione in due parrocchie si ritorna insieme.
Le esperienze, le sensibilità diverse accumulate restano ma l’unità cristiana non è in discussione.
I tempi, le risposte che la chiesa deve dare, la razionalizzazione lo richiedono.
Don Bernardo Garbero già parroco di S.Francesco dal 13 maggio del 1990 assume anche la carica di quella dei SS.Apostoli nel settembre del 2005 guidando entrambe le comunità fino al settembre del 2010 quando lo avvicenda don Giacomo Garbero.
S.Apostoli oltre all’impegno nella comune pastorale, coerente alle urgenze e sfide dei tempi, deve oggi occuparsi della gestione di molti manufatti religiosi legati da tempi immemorabili alla parrocchia.
Cappella di S.Giorgio
Tra questi la messa in sicurezza della cappella di S.Giorgio (situata a 837 m sull’omonimo monte), patrimonio collettivo del paese, la manutenzione straordinaria dei tetti e muri esterni della parrocchia di S.Vito e casa annessa, con varie sorprese nei lavori che hanno rivelato anche particolari del suo assetto medievale.
La Cappella del Marchile primo riferimento di pianura della antica parrocchiale, dismessa e venduta al tempo della erezione dei SS.Apostoli, alla famiglia Lovera, ritorna per lascito testamentario di Franco Lovera nel febbraio del 2021 nel patrimonio comunitario e ricollocata in comodato all’associazione ALVA’ per la gestione di un emporio solidale.
Cinquantanni sono tanti, sono pochi, a secondo della prospettiva con cui si guarda alla storia di questa chiesa, diventata nuova sede parrocchiale; certamente lo sguardo è rivolto avanti non dimenticando la tradizione, della comune fede di chi ci ha preceduto.
